Approfondimenti: Garibaldi in Sicilia

Benvenuti nella sezione "Approfondimento" di Storicamente Malavita. Qui, il nostro viaggio nella storia della malavita italiana si fa più dettagliato, esplorando temi complessi, eventi cruciali e personaggi che hanno segnato epoche. Prepariamoci a scavare a fondo per comprendere le radici e le evoluzioni di fenomeni come la 'Ndrangheta, la Camorra e la Mafia siciliana, offrendo prospettive uniche e analisi approfondite. La storia attende di essere rivelata.

Mafia e Garibaldi: un'analisi storica

Nel 1860 Giuseppe Garibaldi organizzò la famosa Spedizione dei Mille, con l’obiettivo di liberare il Regno delle Due Sicilie dal dominio borbonico e unirlo al Regno di Sardegna.

  • Sbarcò a Marsala l’11 maggio 1860, accolto da parte della popolazione siciliana.
  • In poche settimane conquistò gran parte della Sicilia, poi risalì fino a Napoli.
  • L’impresa fu popolare, ma si appoggiò anche su poteri locali già presenti, tra cui notabili, proprietari terrieri e, indirettamente, ambienti mafiosi.

🤝 2. Il possibile “patto” con i poteri locali

Non esistono prove di un accordo diretto tra Garibaldi e la mafia, ma diverse testimonianze storiche e analisi indicano che:

  • i capi locali (gabelloti, campieri, notabili) offrirono appoggio logistico e ordine pubblico durante la campagna garibaldina;
  • in cambio, ottennero riconoscimento e autonomia da parte delle nuove autorità.

In sostanza, la mafia appoggiò Garibaldi non per ideologia, ma per pragmatismo:

voleva garantirsi continuità di potere e influenza anche sotto il nuovo regime.

Un esempio emblematico è Palermo, dove gli uomini di Garibaldi ricevettero aiuto da gruppi di popolani armati legati ai gabelloti, che conoscevano il territorio e agivano come “forze d’ordine spontanee”.

⚖️ 3. Dopo la conquista: il vuoto di potere

Una volta sconfitto l’esercito borbonico, in Sicilia si creò un vuoto istituzionale:

  • Le strutture del vecchio Stato erano state distrutte;
  • L’autorità garibaldina era temporanea e priva di un’organizzazione capillare;
  • La guardia nazionale (istituita per mantenere l’ordine) fu presto penetrata da elementi mafiosi.

In questo clima di instabilità politica e sociale, la mafia si propose come forza d’ordine:

mantenne il controllo del territorio e garantì la sicurezza ai nuovi amministratori.

🕴️ 4. La “tolleranza” da parte dello Stato

Dopo l’unificazione, il governo piemontese e le autorità locali:

  • tollerarono la presenza della mafia, ritenendola funzionale al mantenimento dell’ordine nelle campagne;
  • considerarono i capi mafiosi come intermediari utili per governare un territorio difficile;
  • scambiarono legalità e consenso con fedeltà politica.

In pratica, la mafia riuscì a trasformare un momento rivoluzionario (la spedizione garibaldina) in un’occasione per rafforzare le proprie radici nel nuovo Stato unitario.

La conquista di Palermo: un focus cruciale

  1. Contesto generale

Dopo lo sbarco a Marsala (11 maggio 1860) e le prime vittorie in Sicilia occidentale, Garibaldi marciò verso Palermo, capitale borbonica e cuore politico dell’isola.
L’obiettivo era simbolicamente e strategicamente fondamentale:
chi controllava Palermo, controllava la Sicilia.

A fine maggio Garibaldi, con poche migliaia di uomini male armati (i “Mille”), si preparava all’assalto della città difesa da migliaia di soldati borbonici.

⚠️ 2. La situazione a Palermo prima dell’arrivo di Garibaldi

Palermo era una città complessa:

  • Dominata da una classe di notabili, proprietari terrieri e gabelloti;
  • La campagna circostante era sotto il controllo di reti clientelari che agivano da intermediari violenti: i campieri e i loro capi, figure che oggi definiremmo protomafiosi;
  • Il popolo urbano, poverissimo, mal sopportava l’aristocrazia borbonica ma era anche diffidente verso i piemontesi.

In questo scenario nascevano alleanze temporanee tra rivoluzionari e poteri locali armati.

🤝 3. I contatti tra i garibaldini e i poteri locali

Quando Garibaldi si avvicinò a Palermo, alcuni gruppi influenti del territorio — legati ai gabelloti e alle cosche rurali — offrirono appoggio logistico e militare.

Secondo diverse fonti storiche (come Giuseppe Pitrè e Leopoldo Franchetti):

  • I capi locali misero a disposizione uomini armati, conoscitori del territorio;
  • Fornirono informazioni militari sui movimenti borbonici;
  • Organizzarono reti di collegamento e guide per i garibaldini.

Obiettivo reale di questi capi locali:
garantirsi un posto di potere nella futura amministrazione e mantenere il controllo dei propri territori, qualunque fosse il governo.

🔥 4. L’insurrezione di Palermo (27 maggio – 6 giugno 1860)

  • Il 27 maggio Garibaldi e i suoi uomini attaccarono Palermo; la battaglia durò dieci giorni.
  • I popolari insorti, inclusi gruppi armati locali, si unirono ai garibaldini nella guerriglia urbana.
  • Gli scontri furono violenti, ma la conoscenza dei quartieri popolari e della campagna circostante — di cui disponevano i gruppi mafiosi — fu decisiva per ottenere la vittoria.

Dopo la resa delle truppe borboniche (6 giugno), Garibaldi entrò trionfalmente a Palermo.

🕴️ 5. Dopo la conquista: il consolidamento del potere mafioso

Garibaldi nominò Andrea Guarnera e poi Rosolino Pilo tra i responsabili dell’ordine pubblico, ma in breve il controllo effettivo passò in mano ai capibanda locali, molti dei quali con legami diretti con le cosche mafiose emergenti.

La Guardia Nazionale, costituita per mantenere l’ordine, venne infiltrata da uomini legati ai gabelloti.
Questo segnò l’inizio di una lunga connivenza tra autorità politiche e poteri criminali in Sicilia.

In pratica:

  • I capi mafiosi locali divennero referenti utili per il nuovo regime;
  • Lo Stato, ancora debole e non radicato, tollerò o ignorò queste alleanze;

La mafia trovò una legittimazione politica come “forza d’ordine” e “intermediaria sociale

La partenza dalla Sicilia: 

Garibaldi lascia la Sicilia (agosto 1860)

Il 18 agosto 1860, Garibaldi lascia la Sicilia e attraversa lo stretto di Messina per portare la sua campagna nel Regno di Napoli.
L’obiettivo finale era unificare l’intera penisola, conquistando la capitale borbonica e avvicinarsi allo Stato sabaudo.

Ma la sua partenza ebbe conseguenze profonde in Sicilia:

  • il governo provvisorio rimase privo della sua guida diretta;
  • le strutture statali erano ancora deboli;
  • la mafia approfittò del vuoto di potere per affermarsi come forza di controllo locale, soprattutto nelle campagne tra Palermo e l’interno dell’isola.Il passaggio di potere e la continuità sociale

    Quando Garibaldi lasciò Palermo, lasciò sì un governo “rivoluzionario”, ma fondato su molti degli stessi uomini e interessi che avevano dominato la Sicilia borbonica.
    Molti di questi notabili:

    • entrarono a far parte della nuova Guardia Nazionale o dell’amministrazione locale;
    • strinsero rapporti con le autorità piemontesi;
    • mantennero il controllo economico e politico delle campagne.
    In altre parole, cambiò il governo, non la struttura del potere.
    I mafiosi e i gabelloti erano ormai parte integrante del sistema