Accadde oggi: I fatti che hanno segnato la storia della malavita
Benvenuti su Storicamente Malavita! In questa sezione, ti portiamo indietro nel tempo per esplorare gli eventi e gli aneddoti più significativi che hanno plasmato la storia delle organizzazioni criminali italiane. Dalla Ndrangheta alla Camorra, passando per la Mafia siciliana, ogni giorno è un'occasione per conoscere meglio il passato. La nostra missione è offrire un aggiornamento rapido e chiaro, perfetto per chi cerca conoscenza e vuole restare sempre informato sui fatti più rilevanti, anche da condividere sui social.

10 marzo 1948
Scompare Placido Rizzotto
Responsabile della Camera del Lavoro di Corleone
Il 12 marzo 1992
A Mondello, quartiere di Palermo viene assassinato Salvo Lima, eurodeputato democristiano e storico referente politico di Cosa Nostra.
L’omicidio non è tecnicamente classificato come “strage”, ma viene considerato l’evento che diede avvio alla strategia di attacco allo Stato che portò alle stragi del 1992.
Salvatore “Salvo” Lima è stato uno dei politici più influenti della Democrazia Cristiana siciliana.
Fu sindaco di Palermo, potente deputato regionale, poi deputato e infine eurodeputato.
Uomo di fiducia di Giulio Andreotti in Sicilia
La sua figura è centrale nella storia dei rapporti tra politica e mafia, non per teorie, ma per numerose ricostruzioni giudiziarie e testimonianze di collaboratori di giustizia, che lo collocano come uno dei principali referenti politici di Cosa Nostra dagli anni ’60 agli anni ’80.
In quegli anni Lima e Ciancimino erano parte dello stesso blocco politico‑amministrativo.
I due collaborarono durante la stagione detta “sacco di Palermo”, quando la speculazione edilizia devastò la città.
In quel periodo, Ciancimino come assessore e Lima come sindaco approvarono piani edilizi che favorirono imprese collegate ai clan mafiosi. Secondo le testimonianze di Buscetta, Calderone e altri collaboratori di giustizia, Lima e Ciancimino rappresentavano i canali politici attraverso cui Cosa Nostra otteneva favori, protezione e mediazioni.
Questa sinergia politico‑criminale è considerata uno dei cardini della crescita economica della mafia negli anni ’60 e ’70.
Le fonti testimoniali sono: dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta, Antonino Calderone, Francesco Marino Mannoia, atti del maxiprocesso, sentenze del processo “Andreotti”, Oltre a relazioni parlamentari della Commissione Antimafia
Buscetta lo definì “l’uomo dei Salvo e di Cosa Nostra a Roma”.
I cugini Salvo, potenti esattori siciliani, erano a loro volta legati ai vertici mafiosi.
Collaboratori di giustizia e ricostruzioni processuali indicano Lima come uno dei politici coinvolti nelle trattative per alleggerire il peso delle indagini e garantire sostegno in Cassazione durante il maxiprocesso
Secondo le sentenze, Lima non mantenne le promesse fatte ai clan riguardo l’esito della Cassazione del 1992, che confermò tutte le condanne. Questo mancato intervento fu considerato da Cosa Nostra un “tradimento”.
Le sentenze del processo Andreotti, pur non condannandolo, dichiararono “provati fino al 1980” i rapporti del senatore con esponenti mafiosi.
Lima era indicato come l’anello siciliano di quel sistema di relazioni.
Le sentenze hanno stabilito che l’omicidio fu voluto dai corleonesi, che si trattò di una punizione per la mancata “protezione” durante il maxiprocesso e segnò l’inizio della stagione stragista del 1992 in cui persero la vita, tra gli altri, anche il Giudice Giovanni Falcone e il giudice Paolo Borsellino
Il delitto ebbe un valore politico enorme: Cosa Nostra dichiara apertamente che il vecchio sistema di relazioni non funzionava più e che lo Stato sarebbe stato colpito frontalmente.

Omicidio Salvo Lima
12 Marzo 1992
Corleone, 10 marzo 1948.
In una Sicilia ferita dal dopoguerra e ancora prigioniera di logiche feudali, svanisce nel nulla Placido Rizzotto. Non è solo un segretario della Camera del Lavoro che scompare; è la voce di chi non ha voce che viene zittita dal piombo della mafia.
Rizzotto non era un uomo qualunque. Reduce dalla Resistenza, aveva portato lo spirito partigiano tra i contadini siciliani, insegnando loro che la terra non era un privilegio dei baroni, ma un diritto di chi la lavorava. La sua colpa? Aver preteso l’applicazione dei “Decreti Gullo” per la redistribuzione dei feudi incolti, sfidando apertamente il sistema dei gabellotti.
La sera del suo rapimento, il destino di Rizzotto incrocia i nomi che segneranno la storia criminale e istituzionale d’Italia:
Il mandante è Michele Navarra, il “medico-boss” di Corleone che non tollera l’insubordinazione sociale.
L’esecutore è un giovane e spietato Luciano Liggio, futuro capo dei Corleonesi, che lo uccide e ne occulta il corpo nelle profondità delle foibe di Rocca Busambra.
A indagare sul caso arriva un giovane capitano dei Carabinieri, Carlo Alberto dalla Chiesa. Pur individuando i responsabili, si scontra con un muro di omertà e con l’assenza del corpo del reato.
Per oltre sessant’anni, Rizzotto è rimasto un “fantasma” della storia, un simbolo privato di una tomba. La svolta arriva solo nel 2009, quando i suoi resti vengono recuperati in quel crepaccio naturale. Nel 2012, lo Stato italiano ha finalmente reso onore al suo martirio con funerali solenni, trasformando un oscuro delitto di provincia in una pietra angolare della memoria nazionale.
Oggi, il nome di Placido Rizzotto non è solo un ricordo marmoreo, ma vive nei prodotti di Libera Terra coltivati proprio su quei campi che lui cercò di liberare, dimostrando che il suo sacrificio non fu una sconfitta, ma il primo solco di una libertà possibile.

Omicidio Salvo Lima
12 Marzo 1992
Corleone, 10 marzo 1948.
In una Sicilia ferita dal dopoguerra e ancora prigioniera di logiche feudali, svanisce nel nulla Placido Rizzotto. Non è solo un segretario della Camera del Lavoro che scompare; è la voce di chi non ha voce che viene zittita dal piombo della mafia.
Rizzotto non era un uomo qualunque. Reduce dalla Resistenza, aveva portato lo spirito partigiano tra i contadini siciliani, insegnando loro che la terra non era un privilegio dei baroni, ma un diritto di chi la lavorava. La sua colpa? Aver preteso l’applicazione dei “Decreti Gullo” per la redistribuzione dei feudi incolti, sfidando apertamente il sistema dei gabellotti.
La sera del suo rapimento, il destino di Rizzotto incrocia i nomi che segneranno la storia criminale e istituzionale d’Italia:
Il mandante è Michele Navarra, il “medico-boss” di Corleone che non tollera l’insubordinazione sociale.
L’esecutore è un giovane e spietato Luciano Liggio, futuro capo dei Corleonesi, che lo uccide e ne occulta il corpo nelle profondità delle foibe di Rocca Busambra.
A indagare sul caso arriva un giovane capitano dei Carabinieri, Carlo Alberto dalla Chiesa. Pur individuando i responsabili, si scontra con un muro di omertà e con l’assenza del corpo del reato.
Per oltre sessant’anni, Rizzotto è rimasto un “fantasma” della storia, un simbolo privato di una tomba. La svolta arriva solo nel 2009, quando i suoi resti vengono recuperati in quel crepaccio naturale. Nel 2012, lo Stato italiano ha finalmente reso onore al suo martirio con funerali solenni, trasformando un oscuro delitto di provincia in una pietra angolare della memoria nazionale.
Oggi, il nome di Placido Rizzotto non è solo un ricordo marmoreo, ma vive nei prodotti di Libera Terra coltivati proprio su quei campi che lui cercò di liberare, dimostrando che il suo sacrificio non fu una sconfitta, ma il primo solco di una libertà possibile.