
Placido Rizzotto
10 Marzo 1948
Corleone, 10 marzo 1948.
In una Sicilia ferita dal dopoguerra e ancora prigioniera di logiche feudali, svanisce nel nulla Placido Rizzotto. Non è solo un segretario della Camera del Lavoro che scompare; è la voce di chi non ha voce che viene zittita dal piombo della mafia.
Rizzotto non era un uomo qualunque. Reduce dalla Resistenza, aveva portato lo spirito partigiano tra i contadini siciliani, insegnando loro che la terra non era un privilegio dei baroni, ma un diritto di chi la lavorava. La sua colpa? Aver preteso l’applicazione dei “Decreti Gullo” per la redistribuzione dei feudi incolti, sfidando apertamente il sistema dei gabellotti.
La sera del suo rapimento, il destino di Rizzotto incrocia i nomi che segneranno la storia criminale e istituzionale d’Italia:
Il mandante è Michele Navarra, il “medico-boss” di Corleone che non tollera l’insubordinazione sociale.
L’esecutore è un giovane e spietato Luciano Liggio, futuro capo dei Corleonesi, che lo uccide e ne occulta il corpo nelle profondità delle foibe di Rocca Busambra.
A indagare sul caso arriva un giovane capitano dei Carabinieri, Carlo Alberto dalla Chiesa. Pur individuando i responsabili, si scontra con un muro di omertà e con l’assenza del corpo del reato.
Per oltre sessant’anni, Rizzotto è rimasto un “fantasma” della storia, un simbolo privato di una tomba. La svolta arriva solo nel 2009, quando i suoi resti vengono recuperati in quel crepaccio naturale. Nel 2012, lo Stato italiano ha finalmente reso onore al suo martirio con funerali solenni, trasformando un oscuro delitto di provincia in una pietra angolare della memoria nazionale.
Oggi, il nome di Placido Rizzotto non è solo un ricordo marmoreo, ma vive nei prodotti di Libera Terra coltivati proprio su quei campi che lui cercò di liberare, dimostrando che il suo sacrificio non fu una sconfitta, ma il primo solco di una libertà possibile.

Salvo Lima
12 Marzo 1992
Corleone, 10 marzo 1948.
In una Sicilia ferita dal dopoguerra e ancora prigioniera di logiche feudali, svanisce nel nulla Placido Rizzotto. Non è solo un segretario della Camera del Lavoro che scompare; è la voce di chi non ha voce che viene zittita dal piombo della mafia.
Rizzotto non era un uomo qualunque. Reduce dalla Resistenza, aveva portato lo spirito partigiano tra i contadini siciliani, insegnando loro che la terra non era un privilegio dei baroni, ma un diritto di chi la lavorava. La sua colpa? Aver preteso l’applicazione dei “Decreti Gullo” per la redistribuzione dei feudi incolti, sfidando apertamente il sistema dei gabellotti.
La sera del suo rapimento, il destino di Rizzotto incrocia i nomi che segneranno la storia criminale e istituzionale d’Italia:
Il mandante è Michele Navarra, il “medico-boss” di Corleone che non tollera l’insubordinazione sociale.
L’esecutore è un giovane e spietato Luciano Liggio, futuro capo dei Corleonesi, che lo uccide e ne occulta il corpo nelle profondità delle foibe di Rocca Busambra.
A indagare sul caso arriva un giovane capitano dei Carabinieri, Carlo Alberto dalla Chiesa. Pur individuando i responsabili, si scontra con un muro di omertà e con l’assenza del corpo del reato.
Per oltre sessant’anni, Rizzotto è rimasto un “fantasma” della storia, un simbolo privato di una tomba. La svolta arriva solo nel 2009, quando i suoi resti vengono recuperati in quel crepaccio naturale. Nel 2012, lo Stato italiano ha finalmente reso onore al suo martirio con funerali solenni, trasformando un oscuro delitto di provincia in una pietra angolare della memoria nazionale.
Oggi, il nome di Placido Rizzotto non è solo un ricordo marmoreo, ma vive nei prodotti di Libera Terra coltivati proprio su quei campi che lui cercò di liberare, dimostrando che il suo sacrificio non fu una sconfitta, ma il primo solco di una libertà possibile.

Joe Petrosino
12 Marzo 1909
La figura di Joe Petrosino rappresenta uno dei capitoli più eroici e drammatici della storia della lotta alla criminalità organizzata tra Italia e Stati Uniti. La sua biografia è quella di un pioniere che ha intuito, prima di chiunque altro, la natura transnazionale della mafia.
Giuseppe “Joe” Petrosino nacque a Padula, in provincia di Salerno, il 30 agosto 1860, in una famiglia modesta ma non povera, che riuscì a garantirgli un’istruzione di base.
Il suo percorso cambiò radicalmente nel 1873 quando emigrò a New York, crescendo nel quartiere di Little Italy. Qui il giovane Joe iniziò come strillone e lustrascarpe, conoscendo da vicino le difficoltà degli immigrati italiani.
Nel 1883 entrò nel NYPD, diventando il primo agente italoamericano della forza di polizia e superando persino il requisito minimo di altezza grazie a una dispensa speciale. Parlava diversi dialetti italiani, caratteristica che lo rese indispensabile nell’ambiente complesso e spesso omertoso delle comunità di immigrati. La sua capacità di infiltrarsi, travestirsi e risolvere casi divenne proverbiale: quando i colleghi si trovavano davanti a un crimine intricato, la frase era sempre la stessa: “Chiamate l’italiano!”.
Amico personale di Theodore Roosevelt, allora commissario del NYPD, Petrosino fu promosso sargente detective nel 1895 e poi, nel 1908, tenente a capo dell’Italian Squad, un’unità speciale creata appositamente per contrastare le organizzazioni criminali come la Mano Nera e la nascente mafia italoamericana. Questa squadra rappresentò un passo fondamentale nella professionalizzazione della lotta alla criminalità organizzata negli Stati Uniti.
Tra i casi più celebri risolti da Petrosino si ricorda il “delitto del barile” (1903), esempio della sua determinazione quasi feroce nel perseguire i criminali. Il suo stile rigoroso, il cappello duro, l’abito scuro e la camicia bianca contribuirono alla sua immagine leggendaria.
Nel 1909 partì per una missione segreta in Italia, viaggiando sotto falsa identità. L’obiettivo era raccogliere informazioni sui criminali italiani da espellere dagli Stati Uniti. Appena giunto a Palermo, scrisse alla moglie una lettera che tradiva inquietudine e presagi foschi.
Il piano prevedeva assoluta segretezza. Pochissimi ne erano a conoscenza. Ma un errore politico lo compromise: un giornale newyorkese pubblicò la notizia della missione prima ancora che Petrosino sbarcasse in Europa. A quel punto, la mafia siciliana sapeva che un detective americano era in arrivo.
Petrosino però continuò. Passò per Roma, Napoli e poi Palermo, dove la mafia aveva profonde radici sociali e politiche. Camminava spesso da solo, portando con sé un taccuino fitto di nomi, soprannomi, parentele: la sua arma più pericolosa. Lavorava in un ambiente quasi impenetrabile, dove ogni parola spesa nei caffè, ogni volto incrociato nelle piazze poteva essere un segnale o una minaccia.
Nonostante tutto, raccolse materiale prezioso. Parlò con informatori, consultò registri giudiziari e costruì un quadro sorprendentemente dettagliato sulle reti criminali che collegavano la Sicilia agli Stati Uniti. Ma la sua presenza a Palermo, priva di protezione adeguata e già trapelata alla stampa, era diventata un bersaglio evidente.
Petrosino soggiornava all’Hotel de France, vicino al centro. Nei suoi appunti mostrava una lucidità mista a inquietudine: sapeva di essere osservato. Gli uomini della mafia lo tenevano sotto controllo, in particolare attorno alla zona del porto e del teatro Massimo.
Scrisse una lettera alla moglie. Le parole erano prudenti, ma si avvertiva una tensione insolita. Era come se sentisse che il suo tempo stava per scadere, pur senza ammetterlo apertamente.
La sua missione terminò tragicamente il 12 marzo 1909, quando venne assassinato a colpi d’arma da fuoco a Palermo. La sua morte suscitò enorme commozione: Theodore Roosevelt dichiarò che Petrosino era stato “un grande uomo e un buon uomo”.
Un aneddoto celebre riguarda la sua amicizia con il tenore Enrico Caruso. Quando Caruso ricevette una lettera estorsiva dalla Mano Nera, Petrosino non solo lo protesse, ma riuscì a catturare gli estorsori, dimostrando che nessuno, nemmeno le celebrità, doveva piegarsi al ricatto.
La figura di Joe Petrosino rappresenta uno dei capitoli più eroici e drammatici della storia della lotta alla criminalità organizzata tra Italia e Stati Uniti. La sua biografia è quella di un pioniere che ha intuito, prima di chiunque altro, la natura transnazionale della mafia.

Don Giuseppe Diana
19 Marzo 1994
Riportiamo qui il testo della lettera di Don Peppe Diana, un messaggio ancora attuale: continuare la sua battaglia per la legalità, è il modo migliore per ricordarlo.
Per amore del mio popolo non tacerò
Siamo preoccupati
Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.
Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.
La Camorra
La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.
I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili:
estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario;
traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
Precise responsabilità politiche
È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.
La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale.
L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.
Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento:
certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.
Impegno dei cristiani
Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.
Dio ci chiama ad essere profeti.
– Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);
– Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
– Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
– Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 – Isaia, 5).
Coscienti che “il nostro aiuto é nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che é la fonte della nostra Speranza.
NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO
Appello
Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”.
Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa.
Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).
Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere…
La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso, … dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.