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Morto il boss Santapaola, storico capo di Cosa nostra di Catania

Aveva 87 anni. Ergastolano anche per stragi '92, era detenuto al 41bis

Benedetto 'Nitto' Santapaola, morto ieri all’età di 87 anni, nel reparto di medicina penitenziaria dell'ospedale San Paolo di Milano, istituito per le cure dei detenuti del Nord Italia.

Storico capo di "Cosa nostra" a Catania ha guidato le fila della sua organizzazione espandendo il suo potere nel controllo degli appalti pubblici, delle estorsioni e del traffico di sostanze stupefacenti.

Era soprannominato “il Cacciatore” ma la  sua abilità criminale negli anni Settanta lo spinge a muoversi da 'imprenditore' inaugurando concessionarie di auto con la presenza di questori, prefetti, arcivescovi e amministratori pubblici.

Nella Sicilia degli anni Settanta e Ottanta, mentre la mappa criminale dell’isola si ridisegnava sotto l’ascesa dei corleonesi, una figura si impose silenziosamente nella Sicilia orientale: Benedetto “Nitto” Santapaola, il boss che avrebbe trasformato Catania nel secondo polo di Cosa Nostra.

Il suo percorso non fu quello del capo appariscente. Fu, piuttosto, l’avanzata di un uomo che seppe intrecciare affari, violenza e alleanze strategiche, diventando uno dei protagonisti più influenti dell’intera organizzazione mafiosa.

L’ascesa e il controllo del potere mafioso

Nato nel 1938, Santapaola crebbe ai margini dei quartieri popolari catanesi. Con il tempo, consolidò un clan capace di controllare:

  • traffici di droga 
  • estorsioni
  • rapporti con imprenditori e colletti bianchi 
  • collegamenti stabili con i corleonesi di Riina

La sua Catania divenne il “versante orientale” della nuova mafia che stava prendendo forma.

I delitti eccellenti

La storia giudiziaria attribuisce a Santapaola un ruolo centrale in alcuni degli omicidi più significativi della Sicilia orientale.
Fra i più noti:

L’omicidio di Giuseppe Fava (1984)

Il giornalista che indagava sui rapporti tra mafia, imprenditoria e politica a Catania venne assassinato la sera del 5 gennaio 1984.
Le sentenze hanno riconosciuto Santapaola come mandante del delitto, collocandolo al vertice della decisione di eliminare una voce scomoda.

L’omicidio del consigliere istruttore Bruno Caccia (1983)

Nelle ricostruzioni processuali, Santapaola figura fra i soggetti che intrattenevano rapporti con gli ambienti mafiosi responsabili del delitto. In alcune sentenze e atti giudiziari compare come figura collegata ai circuiti criminali interessati all’eliminazione del magistrato. (Non è stato condannato come mandante, ma il suo nome emerge nel contesto criminale dell’epoca.)

L’omicidio Alfio Ferlito (1982)

L’uccisione del boss rivale avvenne in un agguato spettacolare sull’autostrada vicino Catania.
Le sentenze hanno accertato che l’operazione fu decisa in accordo con i corleonesi e sostenuta dal clan Santapaola, che trasse vantaggio dall’eliminazione del rivale.

Le stragi e l’alleanza con i corleonesi

Con gli anni Ottanta, Santapaola divenne uno dei principali referenti della strategia criminale dei corleonesi.

Nelle ricostruzioni giudiziarie delle stragi del 1992, il suo nome compare come esponente di vertice di Cosa Nostra che sostenne politicamente e militarmente la linea stragista di Totò Riina.
Le sentenze non lo collocano come esecutore diretto, ma come parte della cupola che appoggiò la strategia terroristica contro lo Stato.

Arresto, processi e 41-bis

La lunga latitanza terminò nel 1993, quando Santapaola venne catturato vicino Caltagirone.
Nel corso degli anni è stato condannato a: 

  • più ergastoli per omicidi mafiosi 
  • condanne definitive per associazione mafiosa 
  • pene legate alla sua partecipazione all’organizzazione e al suo ruolo apicale

Oggi la Sicilia è un po' più libera